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Arquata del Tronto


Il paese di Arquata sorge nell’alta valle del Tronto, alla base del versante sinistro del fiume Tronto, subito al di sotto delle cime dei Monti Sibillini. È l’ unico comune in Europa ad essere racchiuso all’interno di due parchi naturali: il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga a Sud ed il Parco Nazionale dei Monti Sibillini a Nord. Il paesaggio è prevalentemente caratterizzato da pareti scoscese, dall’avvicendarsi di boschi ed ampie balconate naturali; il panorama spazia sui campi che si alternano alle macchie boscose fino ad arrivare da un lato alla vetta del Gran Sasso e dall’altro alla maestosa parete del Monte Vettore e delle altre cime dei Monti Sibillini. Pare che Arquata sia stata fondata da un nucleo di Sabini che, tra il sec. X e il sec. VI a.C., passarono attraverso la vallata e si stabilirono su queste terre. Alcuni studiosi la identificano con l’antica Surpicanum, prima centro sabino e poi stazione romana di una certa importanza tra le due Statio della Tavola Peutingeriana: Vicus Ad Martis e Ad Aquas ( un intervento di ristrutturazione della strada consolare in età augustea è attestato dalla pietra miliare attualmente conservata a Trisungo, una frazione del comune). Un altro momento storico di una certa rilevanza è rappresentato dal passaggio di Annibale durante la sua discesa verso Roma. Pare che la frazione di Tufo possa essere identificata con l’antica Vicus ad Martis, probabile residenza estiva della famiglia Flavia e località di nascita degli imperatori romani Vespasiano e Tito. Le prime menzioni di Arquata risalgono al sec. XI. Arquata e la sua Rocca furono protagoniste di furibonde lotte tra ascolani e i norcini per il possesso del Comune, la cui autonomia cessò nel momento in cui gli abitanti di Norcia, che fino a quel momento l’aveva contesa ad Ascoli, ottennero la Rocca (1492) per tutelarsi dalla mire espansionistiche del Comune Ascolano. E’ documentata la presenza, nella Rocca di Arquata, della Regina del Regno di Napoli Giovanna d’Angiò, che vi soggiornò dal 1420 al 1435, dopo essere stata incoronata dal Pontefice Martino V. In quegli anni Arquata costituiva il confine settentrionale del Regno di Napoli e una fortezza come la Rocca non poteva che avere un’importanza di prim’ordine per la sua posizione strategica, anche dopo il suo passaggio allo Stato Pontificio. I pontefici ebbero sempre cura di mantenere in perfetta efficienza la Rocca, accordando ad Arquata importanti privilegi, tra cui quello di esigere il “passo” (pedaggio) da tutti coloro che transitavano sulla Salaria.

La sosta di Giuseppe Garibaldi nell’anno 1849

Tra gli eventi accaduti nel paese di Arquata del Tronto vanno ricordati l’arrivo e il pernottamento di Giuseppe Garibaldi nell’anno 1849 quando questi partì alla volta di Roma. La cronaca ci perviene dagli scritti di Candido Augusto Vecchi, fermano, capitano del 23° di linea Piemontese e storiografo della guerra del 1848, che fu tra i più fedeli e cari amici del generale. Questi, al passaggio dell’eroe dei due mondi nella città di Ascoli Piceno, si unì al gruppo, ma lo seguì fino a Rieti per poi proseguire da solo e raggiungere Roma dove svolse il suo mandato di deputato partecipando ai lavori dell’Assemblea Costituente. In questo viaggio Garibaldi era già accompagnato da Nino Bixio, quale ufficiale d’ordinanza, Gaetano Sacchi, Marocchetti, Andrea d’Aguyar, servitore, e Guerrillo il suo piccolo cane, azzoppato da una ferita, che aveva l’abitudine di seguire il suo padrone camminando tra le zampe del suo cavallo.


Durante il trasferimento da Ascoli Piceno a San Pellegrino di Norcia fu ospitato nel paese di Arquata dal governatore Gaetano Rinaldi, capo della reazione clericale. Il generale dormì presso casa Ambrosi nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1849. Giunse ad Arquata il giorno di venerdì del 26 gennaio 1849 quando, dopo aver lasciato la città di Ascoli Piceno, si avviò verso le zone montane attraversando la parte più alta della valle del Tronto tra gli Appennini. Egli e il suo seguito lasciarono Ascoli intorno alle dieci del mattino raggiungendo la consolare Salaria accompagnati tra le vie cittadine dai carabinieri a cavallo, la guardia civica, la banda comunale, dodici carrozze e una folla festante. Giunti a Porta Romana il generale congedò tutti e regalò una spada a Matteo Costantini, detto Sciabolone, quale segno della sua amicizia e rifiutò, per l’ennesima volta, la sua scorta sulle strade di montagna. La prima sosta di ristoro avvenne ad Acquasanta Terme, dove Garibaldi, sceso da cavallo, si accomodò su un sedile di travertino per accendere il suo sigaro. Ripreso il cammino la spedizione arrivò ad Arquata dove fu accolta e ospitata con molto riguardo. Candido Augusto Vecchi racconta di un lungo pranzo che durò fino a mezzanotte. Il mattino seguente, 27 gennaio 1849, prima del sorgere del sole, il generale e i suoi lasciarono il paese per dirigersi verso Rieti. Il governatore d’Arquata regalò loro quattro libbre di tartufi come viatico. Si avviarono così alla volta di San Pellegrino percorrendo la strada che conduce a Pretare e quindi a Forca di Presta. Furono scortati dal figlio del governatore d’Arquata che portò con sé, e in loro onore, fino sulla cima della montagna, un vessillo tricolore di seta. Ad Arquata quali segni di questo evento rimangono la Via Garibaldi e una lapide affissa sulla parete esterna di casa Ambrosi, in cui si ricorda la sosta del generale. Da dire che la data 19 febbraio, scolpita sulla pietra, è inesatta poiché Garibaldi arrivò e pernottò tra il 26 e il 27 gennaio. L’iniziativa di apporre una lapide commemorativa a ricordo dello straordinario evento della sosta del generale fu presa da un comitato promotore e sostenuta dal municipio dopo la morte dell’eroe dei due mondi che avvenne il 2 giugno 1882. La cronaca dell’evento dell’inaugurazione della pietra ci giunge dalle corrispondenze di Girolamo Rilli e di Marietta Zocchi Girardi, rispettivamente pubblicate sulla Gazzetta di Ascoli Piceno del 23 e del 24 agosto del 1882. Lo scoprimento della lapide avvenne il 20 agosto 1882, alle dieci e trenta del mattino, seguito dall’esecuzione dell’inno garibaldino e dai discorsi delle autorità e dei membri del comitato promotore. Sulle pagine della Gazzetta si leggono riportate anche la commossa ed entusiasta partecipazione di tutta la cittadinanza intervenuta e la moltitudine di drappi, bandiere e festoni che sventolavano dalle finestre del borgo affacciate sulla piazza.